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I PRIMI ABITATORI DEL MONTE MESMA Si può supporre che già nel periodo del ferro (sec. X - V a.C.) il Monte Mesma fosse abitato. E' provato dalla scoperta, alla base e lungo le sue pendici, di alcuni sepolcreti nei quali furono trovati dei grossi cinerari d'impasto nerastro, decorati con tratti lisci, accompagnati da un'abbondante suppellettile funeraria e da fibule così dette "a sanguisuga". Non è possibile stabilire con sicurezza chi fossero questi primi abitatori; un popolo tuttavia povero e pacifico perché non furono trovate armi. Il confronto con sepolcreti analoghi scoperti nel Comasco, nella valle del Ticino, presso lo sbocco nel lago Maggiore (Bellinzona) e alla sua uscita (Golasecca, Castelletto, ecc...) fanno supporre piccole e diverse migrazioni di popoli, forse di razza celtica, attraverso le Alpi. Ad essi si sovrapposero verso il V ° sec. a. C. i Galli. Numerosi cocci di vasi gallici ne testimoniano la presenza. Dopo l'invasione gallica sopraggiunsero le legioni romane. Nelle vicinanze e sul Monte Mesma furono trovate monete degli imperatori Tiberio, Geta, Claudio Gotico e Diocleziano. I grossi mattoni e i tegoloni romani, rinvenuti anche recentemente, provano la presenza di una fortificazione romana sulla sommità del Monte Mesma. 
CENNI STORICI DEL MONTE MESMA La presenza di un castello sul Monte Mesma è certa. Gli storici parlano di castello o Rocca di Mesima. - Il nome Mesima, semplificato in Mesma, ha ancora oggi un significato oscuro. Il Rusconi nella "Guida del lago d'Orta" fa derivare Mesima dalla parola celtica "maxima", sommità. Altri, ponendo in risalto l'identità della sillaba iniziale di Mesima con i nomi latini dei paesi dei dintorni, suggeriscono un'etimologia diversa. - Si ritiene che il castello sia stato edificato dai Longobardi su una precedente fortificazione romana quando eressero il Ducato di San Giulio. Nella carta militare di Berengario I° del 17 novembre 917 è detto di un castello nella riviera di San Giulio, che può essere benissimo il castello del Mesma. Se non si hanno notizie precise sull'origine del castello del Mesma, tuttavia si sa con certezza quando è stato distrutto e da chi. Intorno all'anno Mille l'Europa tutta veniva come pervasa da un fermento nuovo scaturito dalla ripresa economica, dal rinascere e rifiorire delle città, dalle Crociate. Dopo il 1100 il nuovo desiderio di libertà e di prosperità e la debolezza dell'Impero, snervato dalla lunga lotta per le investiture, aveva fatto nascere, specialmente in Italia, nuove speranze d'indipendenza. In varie città dell'Italia settentrionale e centrale erano sorti molti liberi Comuni che segnarono, per quasi due secoli, una tappa gloriosa della storia italiana. Anche la città di Novara visse in pieno questo momento storico. Le due autorità: il Vescovo conte da una parte e il Podestà dall'altra vennero ben presto in conflitto. Verso il 1200 il Comune di Novara attaccò con le sue forze ed invase le terre del Cusio delle quali il vescovo era padrone. I novaresi, per imporre la propria autorità ed esigere i tributi dai vari paesi della riviera, occuparono il castello del Mesma, lo ingrandirono e fortificarono. A sua difesa costruirono un borgo, detto di Mesima, presso il colle Mesimella, circondandolo con doppio vallo e fossato. - Il colle Mesimella è l'ultima collinetta a destra venendo da Bolzano Novarese - A nulla valsero la scomunica del Vescovo Oldeberto Tornielli e le minacce del Papa Onorio III°. Finalmente si giunse ad un accordo tra il Vescovo Tornielli e il Podestà del Comune, Giordano da Settala, i quali decisero di mettere fine al conflitto ponendo la questione all'arbitrato degli Arcivescovi di Milano e di Torino. Con sentenza del 29 ottobre 1219, emessa nella chiesa di San Gaudenzio in Novara, si stabilì che dovesse cessare la giurisdizione dei novaresi su tutta la zona in questione. I novaresi, tra l'altro, dovevano abbattere il borgo di Mesima prima del Natale dello stesso anno. Così il castello era ridato in possesso ai primitivi padroni cioè i Comuni di Ameno e di Lortallo. In seguito, scoppiate le lotte tra guelfi e ghibellini, gli abitanti dei due suddetti paesi decisero di comune accordo la distruzione del castello per evitare che, cadendo in mani nemiche, divenisse centro di forza per nuovi soprusi a loro danno. Il castello fu così smantellato dagli stessi proprietari nell'agosto-ottobre1358. Inizio del XVII° secolo. Ameno aveva dato alla famiglia francescana due intraprendenti fratelli P. Bernardino e P. Giovanni Francesco Obicini. Essi domandarono alle autorità d'Ameno il terreno sulla cima del Mesma per costruirvi un convento. In quel tempo, sulla sommità del Mesma, esisteva un oratorio dedicato a San Francesco, costruito non si sa quando. Nella parte soleggiata vi erano dei piccoli abituri, ricovero dei contadini che coltivavano quella poca terra. Tutt'intorno cumuli di ruderi e macerie: erano i resti del vecchio castello. Fu quel materiale a far nascere nei due fratelli l'idea di costruire un convento. La proposta dei fratelli Obicini non fu subito accolta. Ci volle l'intervento, qualche anno dopo, di alcuni giovani generosi d'Ameno, i quali, comprese le buone intenzioni dei due frati si adoperarono in tutti i modi per convincere i loro compaesani a concedere il terreno. Così il 29 agosto 1619 gli abitanti d'Ameno e di Lortallo, radunati nel piccolo oratorio di San Francesco sul Mesma, fecero la loro solenne donazione ai seguaci del Poverello d'Assisi. A ricordo di questo avvenimento, il P. Francesco Obicini piantò nella piccola piazza dell'Oratorio un'alta croce, coperta all'estremità di lastre levigate che con il riverbero del sole, fosse notata dai paesi vicini. Il 1° settembre 1619, con grande concorso di popolo, fu benedetta e posta la prima pietra del convento. I Cappuccini di Orta, quando seppero che un nuovo convento stava per sorgere, manifestarono il loro disappunto alle autorità competenti. In quel secolo, non troppo florido, era giudicato impossibile il sostentamento di una nuova famiglia religiosa nell'ambito della riviera del lago d'Orta. La questua, che era la fonte principale di sussistenza, sarebbe stata insufficiente per due comunità. La questione sull'opportunità o meno di costruire il nuovo convento che doveva risolversi tra i Cappuccini di Orta e i frati del Mesma, purtroppo sfociò in una grave controversia tra gli abitanti di Orta e di Ameno, parteggianti per l'una e l'altra parte. Una notte quelli di Orta salirono al Mesma e svelsero la Croce della piazzetta. - Al posto della croce fu poi piantato un tiglio. - Gli Amenesi vollero vendicare l'affronto. Uno di loro, in una giornata scura e piovigginosa, salì al Sacro Monte e con la picca frantumò le barbe delle statue della chiesa dei Cappuccini. I lavori di costruzione della chiesa e del convento sul Mesma, benché a rilento, procedevano ugualmente. Si lavorava stando sempre all'erta, con l'archibugio a portata di mano, pronti ad allontanare qualsiasi seccatore. Infine intervenne la sacra Congregazione che, stanca dei continui ricorsi e per mettere pace, impose di rimuovere i frati dal Mesma e di esiliare dal Novarese il P. Francesco Obicini. I lavori cessarono. Era il 13 novembre 1620. Per Ameno e per i suoi frati era ormai svanita ogni speranza di avere un convento sul Monte Mesma. Il P. Francesco Obicini, sempre infaticabile e coraggioso, riuscì tuttavia ad ottenere dal P. Benigno di Genova, Ministro Generale dell'Ordine, il permesso di recarsi a Roma a perorare la causa. A Roma P. Francesco trovò l'aiuto e l'amicizia di qualche alto Prelato, ma soprattutto il conforto di molti originari della riviera del lago d'Orta. Con costoro si recò in udienza dal Sommo Pontefice Gregorio XV°. Purtroppo fu un fallimento completo, perché ne conseguì l'ordine perentorio per il P. Obicini di lasciare immediatamente Roma. Ma proprio quando tutto sembrava perduto, la provvidenza intervenne. Dimorava, in quel tempo, nel convento di San Francesco a Ripa, il fratello Fra Innocenzo da Chiusi, ora Venerabile, uomo stimato e tenuto in gran conto anche dal Papa. Il P. Obicini volle incontrarsi con lui. L'uomo di Dio accolse con bontà il confratello tanto travagliato, ne comprese lo sconforto e le pene e lo invitò a sperare. Sarebbe andato lui direttamente dal Santo Padre a presentare la domanda a condizione che, nella nuova chiesa, si dedicasse un altare a Sant'Anna, "la sua vecchierella" come egli la chiamava. La protezione di Sant'Anna e l'opera del venerabile Fra Innocenzo ottennero un successo insperato. "Il P. Francesco Obicini" narra il Cotta " avuti i dispacci necessari volò ad imbarcarsi in Tevere sopra felucca per Genova, senza temere i pericoli del mare in stagione tanto avversa né i rigori dell'inverno" lieto di portare la buona notizia agli Amenesi. A Sant'Anna venne dedicata la prima cappella della chiesa. Il 15 febbraio 1622 i frati ritornarono sul Monte Mesma. Nel mese seguente si ripresero con maggior impulso i lavori della chiesa e del convento rimasti alle fondamenta nel 1620. Il concorso all'opera di costruzione degli abitanti di Ameno e dei paesi vicini fu commovente. Si ripeté sul Mesma lo slancio generoso di popolo che secoli prima aveva permesso in tante città d'Italia la costruzione di splendide Cattedrali. Si assistette ad una vera gara nel dare, nel prestare la propria opera, nel concorrere con ogni sorta d'aiuto e di offerta. La chiesa e il convento sorsero come per incanto. Anche i frati lavoravano con i manovali: non era ancora l'alba e già impastavano la calce che doveva servire per la giornata. Nell'anno 1625 la chiesa era terminata. Fu consacrata quattro anni dopo dedicandola a San Francesco d'Assisi. L'iscrizione sopra la porta d'ingresso ne perpetua il ricordo. Il convento, perfettamente abitabile, fu elevato a Guardiania nel 1623. I frati, installati nel nuovo convento, iniziarono la loro vita di preghiera e di servizio ai fratelli. E' quanto mai significativo che dalle rovine di un castello, costruito per servire alle mire oppressive dei vari signorotti, sorgesse un luogo privilegiato per la preghiera. Lo stesso monte che per tanti secoli aveva rovesciato lutti e rovine sulle povere popolazioni circostanti, si avviava a divenire oasi di pace, destinata a spargere, su un raggio sempre più vasto, il seme fecondo dell'amore cristiano. Nel secolo XIX° il Monte Mesma vide per ben due volte i suoi frati abbandonare il convento. Con la soppressione Napoleonica del 1810, il convento fu aggiudicato al demanio. Cacciati i frati, tutto fu manomesso. La suppellettile religiosa dispersa un po' ovunque. Una parte dei liberi corali, gloria e vanto del P. Giacomo Agazzini (1654 - 1759) d'Ameno, che trascorse a sua vita a scriverli e a rilegarli, finirono ad Auzate ed a Orta. Gli armadi della sacrestia furono trasportati nella collegiata di Gozzano. Il convento fu affittato ad un certo Giambattista Travaglino. La chiesa divenne ripostiglio e magazzino. Nel 1819, su rivendicazione del Comune d'Ameno, Vittorio Emanuele I° re di Sardegna, cedette il convento al cardinale Morozzo, vescovo di Novara, e questi lo passò direttamente i frati, i quali dopo quasi dieci anni di assenza ritornarono al Mesma. La vita religiosa riprese e s'iniziarono i restauri. La chiesa fu abbellita della statua dell'Immacolata, fatta venire da Milano e nel 1843 furono acquistate a Varallo, le due statue intagliate di San Francesco e di Sant' Antonio poste nelle nicchie ai lati dell'altare maggiore. Il 7 luglio 1866 il Parlamento italiano decretava una nuova Soppressione. Il primo articolo diceva: "Non sono più riconosciuti nello Stato gli Ordini, le Corporazioni, le Congregazioni religiose regolari e secolari, i Conservatori e Ritiri che comportino vita comune e abbiano carattere ecclesiastico. Le case e gli stabilimenti appartenenti agli Ordini, alle Congregazioni, ai Conservatori e Ritiri anzidetti, sono soppressi." I conventi furono sgomberati. I beni messi all'asta e i religiosi secolarizzati. I frati dovettero andarsene ancora una volta dal Mesma portando nel cuore il conforto del loro Padre Provinciale: "...... prima di separarvi datevi a vicenda il bacio della pace e della carità; ditevi addio nel Signore; confortatevi a ben operare, nella speranza di tempi migliori e riasciugatevi le lacrime con la fiducia di rivederci tutti in seno a Dio." "In tanta afflizione", scrive il cronista del convento, "Dio ispirò buon pensiero e coraggio al P. Clemente Zanotti di Parona di chiedere per sé in affitto dal comune di Ameno, proprietario, il convento del Mesma. I frati dispersi, saputa la cosa, tornarono al loro convento. Si riaperse la chiesa e si riprese la vita in comunità. La provvidenza era stata generosa, ma l'avvenire si presentava alquanto incerto. A dissipare le nubi all'orizzonte ci pensò la sig.a Giuseppina Pamelio, vedova del cav. Nicola Reggio, viceconsole d'Italia a Boston. Con gran dispiacere assistette alla sventura di tanti religiosi e meditava in cuor suo di aiutarli. Saputo del convento del Mesma, s'interessò per riscattarlo. Le trattative risultarono più lunghe del previsto. Il contratto fu finalmente redatto, ma si dovette mettere tutto alla pubblica asta. Il 5 settembre 1870 il convento fu riscattato sotto il nome di Villa Reggio. I frati conservano tuttora una gran riconoscenza e la esprimono ricordando presso il Signore la loro generosa benefattrice. Custodiscono gelosamente, tra l'altro, una bandiera degli Stati Uniti d'America e, a lato dell'entrata del convento, è stato posto, a perpetuo ricordo, lo stemma della famiglia Reggio. Il gesto munifico delle sig. a Pamelio pose fine a controversie e segnò per il convento del Mesma l'inizio di una maggiore tranquillità. Il convento del Mesma, visto nella sua planimetria, ha la forma di un rettangolo con uno dei lati minori rivolto a mezzogiorno. Il rettangolo è diviso a metà, delimitando due chiostri lastricati, comunicanti e circondati da portici con colonne di granito di Alzo. Al piano superiore stanno le celle, tutte con vista all'esterno del convento, lungo le quali si snodano corridoi ininterrotti. Su tutto domina la semplicità e la purezza delle linee. Le celle e tutta la costruzione, eccettuati i portici che hanno il soffitto sorretto da rozze travi, sono a volta semplice o incrociata. Nel 1659, sotto la guida del P. Gerolamo Stola, si acciottolarono le strade che scendono dal Mesma. Le strade sono due: quella che scendendo dalla piazzetta della chiesa si divide per Lortallo e giunge al ponticello sulla Membra e quella che dalla cappella di San Francesco, venendo da Bolzano, sale incontrandosi con l'altra. Ambedue sono ancora oggi acciottolate, fiancheggiate da platani secolari e dalle stazioni della Via Crucis. Gli affreschi della Via Crucis verso Bolzano sono del Secchi e del Mazzucchi. Il percorso della strada asfaltata è molto posteriore. La chiesa è dedicata a San Francesco d'Assisi ed è ad un'unica navata. L'entrata è protetta da un piccolo pronao con la lunetta dipinta da autore ignoto che raffigura San Francesco, il Bambino e la Vergine. All'interno, sulla sinistra, si aprono quattro cappelle. Nella prima, voluta dal venerabile Fra Innocenzo da Chiusi, è stata posta la statua di Sant'Anna scolpita da Giacomo Vaselli di Lugano. Nella seconda, su una grossa tela, è dipinto San Francesco e Santa Chiara. Nella terza i santi Giovanni da Capestrano e Pasquale Baylon. La quarta cappella custodisce la statua dell'Immacolata con la sua sua nicchia in legno che, prima della sistemazione del presbiterio, sovrastava l'altare maggiore. La statua proviene dalla chiesa S. Maria della Scala del convento del Giardino di Milano. Sulle pareti di fondo della navata, nelle due nicchie, le statue di S. Francesco e di Sant'Antonio di Padova fatte pervenire da Varallo nel 1843. Al fianco del presbiterio si entra in una piccola ma raccolta cappella invernale. Sul lato sinistro della chiesa le tre tele dipinte da Lorenzo Peretti nel 1841 raffigurano: la prima S. Margherita da Cortona. La seconda un gruppo di Santi francescani: S. Giacomo della Marca, S. Bernardino da Siena, S. Giovanni da Capestrano e S. Alberto da Sarteano. La terza S. Bonaventura da Bagnorea. Le pareti del coro sono ornate da quattro semiovali dipinti da Valentino Lucca di Orta nel 1708. Rappresentano da un lato S. Francesco nel mentre riceve le stimmate e S. Bonaventura, dall'altro S. Antonio di Padova e S. Pietro d'Alcantara. Sulla controparete d'ingresso, a destra, una lapide ricorda P. Francesco Obicini mentre a sinistra il conte Gaudenzio Tornielli, militare del re di Sardegna che molto si adoperò per i frati del Mesma. Sulla porta d'entrata un'iscrizione ricorda la data della consacrazione della chiesa (2 settembre 1629) per opera del Vescovo di Novara Pietro Volpi. Leggendo la cronaca del convento dal 1870 ai nostri giorni troviamo alcuni avvenimenti che meritano di essere ricordati. Nel 1920 si ebbero i solenni e grandiosi festeggiamenti per commemorare i trecento anni della sua fondazione. In quel giorno il Mesma trovò radunati sul monte un gran numero di frati e di fedeli, giunti da ogni parte, per rendergli omaggio. Per l'occasione fu restaurata la cappella di Sant'Anna. Nel 1933 fu sopraelevato di un piano il lato del convento verso il lago per il nuovo noviziato. Il vecchio noviziato era ormai insufficiente e inadatto. Va ricordato che il convento del Monte Mesma fin dal giorno della sua fondazione fu scelto come luogo particolarmente indicato per i giovani che, sensibili alla chiamata del Signore, volessero iniziare la propria vita sugli insegnamenti evangelici di San Francesco d'Assisi. Il nuovo noviziato nel 1958 è stato ancora ampliato nel lato sopra la biblioteca. Dopo il Concilio Vaticano II°, per adeguarsi alle nuove esigenze liturgiche, furono portate alcune modifiche alla chiesa e al presbiterio. Quest'ultimo fu completamente trasformato sotto la guida dell'architetto P. Costantino Ruggeri della Provincia dei Frati Minori di Milano. Si sostituì l'altare maggiore con la nuova mensa eucaristica; fu rifatto il pavimento e sullo sfondo fu posta la vetrata che ricorda San Francesco nell'atto di ricevere le Stimmate. La vetrata è opera dei Maestri vetrai Grassi di Milano e dono di generosi benefattori. Sopra la mensa fu innalzato l'artistico crocefisso dello scultore milanese Lantignani, opera del 1712. Fu pure abolita la decorazione della chiesa perché non consona alla sua struttura. Il 24 luglio 1983, in occasione dell' VIII° centenario della nascita di S. Francesco d'Assisi, la Comunità di Ameno offrì l'artistico bassorilievo che rappresenta il Santo in preghiera. L'opera è dell'Accademia di Brera di Milano e posta sulla facciata del convento nel piazzale della chiesa. Nel 1992 al primo piano, nel lato del convento dov'era situato il primitivo noviziato del quale rimane solo la minuscola cappella, è stato ricavato un piccolo Eremo detto di "S. Diego" formato da alcune camerette. E' a disposizione per i sacerdoti, i religiosi e i laici, desiderosi di trascorrere qualche giorno di ritiro spirituale. Così per accogliere i vari gruppi sono stati ristrutturati due saloni al piano terra che portano il nome di "S. Chiara" e di " P. Celestino Urbani". Nel 1993 la Regione Piemonte inseriva il Monte Mesma nella Riserva Naturale Speciale che mira alla conservazione e valorizzazione del territorio nel suo complesso naturale, archeologico e architettonico. Il convento del Mesma, nonostante abbia avuto gravi momenti di travaglio, fu sempre, tuttavia, una oasi di tranquillità, di spiritualità francescana. In esso i religiosi acquistano nella meditazione, nel silenzio della preghiera ed in serena austerità di vita comunitaria, copiosi meriti di grazia. I frati, lungi, dal considerare il loro isolamento una fuga sdegnosa dalla società, si sentono più che mai inseriti nel mondo, grazie ad un vivo senso di fraternità che ha le sue radici in Cristo. Nella loro serena e gioiosa vita di preghiera e di rinunzia e nel quotidiano loro contato con Dio, accumulano, nel chiuso dei loro chiostri, tesori inestimabili di valori spirituali che riversano nella società minacciata da un sempre più crescente e distruttivo materialismo.
OPERE DI RILIEVO Poiché il convento del Mesma per ben due volte subì le tristi conseguenze delle Soppressioni in cui tutto veniva portato via, venduto o distrutto, al presente rimane ben poco delle tante opere d'arte e di valore ricordate dagli storici del Monte Mesma. "Laudate sie mi Signore, per sora acqua, la quale è molto hutile, et humile et preziosa et casta". (Cantico delle Creature di S. Francesco). Quanto fosse utile e preziosa l'acqua sul Mesma lo si comprese soprattutto durante la costruzione della chiesa e del convento. Si doveva scendere con i carri carichi di barili fino alla Membra e all'Agogna ad attingere l'acqua necessaria per impastare la calce. La piccola sorgente "il fontanino", sul pendio rivolto a mezzodì, non bastava. "Il fontanino" è l'unica sorgente naturale sul Monte e sebbene povera d'acqua, non capitò mai che si prosciugasse completamente. Quando vi era il castello "il fontanino" era racchiuso dentro le mura. In seguito gli Amenesi ne rivendicarono per parecchio tempo il libero accesso I frati fin dall'inizio, per sopperire alla mancanza d'acqua, pensarono di utilizzare l'acqua che scende dal cielo, quella che la provvidenza regala generosamente ai buoni e ai cattivi. La soluzione fu ammirevole e ingegnosa. L'acqua piovana viene raccolta con appositi canali nel primo chiostro. Da qui, passando attraverso a filtri di sabbia e di carbone, giunge purificata nel secondo chiostro in una cisterna che termina con una caratteristica costruzione a forma di tempietto. Quest'opera, che spiega anche il perché della costruzione di due chiostri, fu ultimata nel 1633. Un'altra opera che attira la curiosità dei visitatori è la grossa stufa, lo "stufone", come lo chiamano i frati. Realizzato nel 1727 con pietra nera di Oira, porta scolpito, al centro, lo Stemma francescano e intorno: il Sacro Cuore, il Serafino dalle sei ali che diede le stimmate a San Francesco, le cinque stimmate del santo e le cinque Croci della Custodia di Terra Santa. Le numerose meridiane segnate sui bianchi muri del chiostro sono ancora lì a ricordare al visitatore, forse distratto, il verso Virgiliano: "fugit irreparabile tempus". Il tempo passa inesorabilmente! Il tempo è prezioso! La meridiana era molto utile per la vita dei frati; ne regolava il tempo anche se in modo alquanto approssimativo. Quando vennero gli orologi le cose migliorarono. I grandi pendoli dalle lente oscillazioni misuravano ogni attimo del tempo fuggente e scandivano le ore che si ripercuotevano nei lunghi corridoi. Il Mesma ebbe tra i suoi frati degli esperti ed abili costruttori di orologi a pendolo. Frà Pietro Filiberti di Ameno (1692 - 1752) costruì un interessantissimo pendolo. Impiantato nella sacrestia tra il 1745 e il 1754: "... questo orologio, oltre che segnare le ore babiloniche, astronomiche e italiane su di un quadrante fatto di lastre argentate e dorate, indicava anche il giro del sole sull'orizzonte; il mezzodì; la mezzanotte; le fasi e i giorni della luna, quelli della settimana e quelli del mese; gli equinozi, i solstizi; il segno dello zodiaco e il giro annuo della sfera armillare. Le ore e i quarti battevano su tre diverse campane a concerto e tra il battere e il ribattere di ogni ora un organo automatico faceva sentire a piacimento una delle venti suonate che vi erano contenute, dieci delle quali a voce umana e le altre a flagioletto. Davanti all'organo stava un maestro di musica dalla testa e dalle mani di bronzo che, con un volger di capo, accennava il battere dei quarti e delle ore allo scoccare delle quali incominciava la musica:" (Mornatti, Memorie del convento di Ameno). I visitatori venivano da tutte le parti ad ammirare quest'opera tanto originale e di indiscusso talento. Frà Filiberti scrisse anche un libretto che serviva da codice-guida per smontare e rimontare l'orologio composto di oltre 7 mila pezzi. Con la Soppressione l'orologio finì al Brera di Milano. Attualmente non se ne sa più nulla. Un altro orologio, molto più semplice, è quello posto nel corridoio del primo piano. Segnava le ore sul quadrante del piazzale della chiesa. Porta la data 1724 e lo costruì P. Giovanni Mazza di Ameno. Un accenno, sia pur breve meritano i pochi dipinti rimasti, sebbene non siano di celebri autori. Il dipinto della Sacra Famiglia al primo piano del convento è del pittore Lorenzo Peretti : porta la firma del l'autore e la data 1839. Invece il dipinto che rappresenta l'abbraccio di San Francesco con San Domenico è opera di Valentino Lucca. Il dipinto del refettorio che rappresenta Gesù che spezza il pane è del pittore Borsetti di Varallo che lo dipinse nel 1727. Un accenno merita la Biblioteca che conta ben cinquemila volumi. |